Il Myanmar tra Cina e Stati Uniti

E' stato il momento più carico di suggestione della visita in Myanmar del segretario di Stato Usa, Hillary Clinton. Dopo aver incontrato il presidente Thein Sein e il ministro degli esteri, Wunna Maung Lwin, Clinton ha "abbracciato" due volte - prima durante un ricevimento ufficiale, e poi finalmente in un faccia a faccia privato - la "donna di acciaio" della democrazia birmana, Aung San Suu Kyi. Un colloquio impensabile fino a poco tempo fa, prima cioè dell'inizio del nuovo corso "moderato" birmano, inaugurato proprio dalla liberazione del Premio Nobel per la pace, e il progressivo riposizionamento dello Stato nello scacchiere asiatico: più lontano dall'alleato storico - la Cina - e più vicino all'altra potenza regionale, l'India.
«Credo che, se lavoreremo insieme, non vi sarà possibilità di deviare dal percorso democratico», ha detto Suu Kyi, precisando comunque che si è solo all'inizio del "tragitto". Hillary Clinton ha offerto un pacchetto di 1,2 milioni di dollari per sostenere le riforme e aiutare la società civile. Quindi, ha puntualizzato che gli Usa «sostengono il principio della responsabilità» per le violazioni in materia di diritti umani denunciate dagli attivisti ma sono altresì disposti a «dare una possibilità» al nuovo governo di dimostrare che intendono occuparsi della questione. È rimasto in ombra invece il "nodo" delle sanzioni che gravano sull'economia del Myanmar: troppo prematuro, ha fatto intendere Clinton, parlare di una possibile cancellazione.
                                                  
Sullo sfondo della "visita storica", come è stata battezzata, il nuovo attivismo asiatico degli Stati Uniti che giocano la loro partita diplomatica per ricacciare - o quanto meno arginare - l'influenza della Cina nella regione. Un attivismo di cui il Mynamar sembra voler approfittare proprio per allentare il peso della tutela cinese. Diversi sono gli strappi consumati ai danni dell'ingombrante alleato. A partire dalla costruzione della diga Myitsone sul fiume Irrawaddy - un'opera faraonica da 3,6 miliardi di dollari - sponsorizzata dalla Cina e bloccata dal governo locale. Non sono mancati gli "sgarbi" istituzionali. Il nuovo capo dell'esercito del Myanmar, il generale Min Aung Hlaing, ha scelto come meta della sua prima uscita ufficiale il Vietnam, rompendo una tradizione consolidata che faceva della Cina il partner privilegiato. Una scelta urticante per Pechino: il Vietnam è un "nemico" storico del Dragone da cui lo dividono rivendicazioni territoriali. Non basta. Il presidente Thein Sein ha scelto l'India per il suo primo viaggio all'estero nelle sue vesti civili. Questo - come notano dal Chennai Centre for China studies, centro studi indiano puntato sul rivale cinese - «in nessun modo suggerisce che le relazioni tra Cina e Myanmar siano sul punto di crollare. Il Paese è troppo importante per Pechino in termini strategici. Così come sono consolidati gli investimenti e gli interessi cinesi nell'ex Birmania». Ma la scelta del regime birmano è quella di sottrarsi alla presa di Pechino, interessata «a trasformare il Myanmar in una penisola cinese nell'Oceano Indiano».  I legami restano comunque solidi. Il Dragone è il più grande investitore straniero in Myanmar con 15,8 miliardi di dollari, gli scambi commerciali tra i due Paesi hanno raggiunto quota 5,3 miliardi di dollari. Secondo la U.S.-China economic and security review commission, il Dragone tra il 2000 e il 2008 ha venduto ai Paesi del sudest asiatico armi per 264 milioni di dollari. Il 60% è finito al Myanmar.

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